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Agosto 2013

Succedono sempre molte cose ad agosto, molte invece si fermano, altre semplicemente non succedono.

Agosto è comunque sempre un giro di boa, un rallentamento necessario per poter rientrare dritti nel prossimo percorso che porterà alla prossima boa, e così via.

Ecco agosto è un giro di boa.

Cavolo, mi sa che la mia l’ho persa, sono andato sempre dritto verso il mare aperto.

Insomma come se niente fosse agosto è passato, passato a testa bassa, crawl, bracciata dopo bracciata, con vigore. Non male, belle onde, bel cielo e soprattutto pochi umani, solo quelli giusti che incrocio anche loro in mare aperto. Per di più galeotti. Ecco, se devo dire la verità un record lo abbiamo battuto durante il mese di agosto. Mica è un record di nuoto, ovviamente, ma di realizzazione di un progetto fotografico-narrativo all’interno del carcere di Fossano.

Dalla vigilia di ferragosto al 31 del mese siamo riusciti a ideare, organizzare, realizzare una breve mostra fotografica, con storie annesse.

Quindi: ideazione, progettazione, richieste e permessi, e scatti fotografici, e racconti e stampa ed esposizione sono nati e sono stati prodotti in meno di15 giorni.

Insomma è successo che sono entrato in alcune celle del carcere di Fossano, e insieme ai detenuti abbiamo preparato il caffè. Poi mi hanno raccontato alcune storie, le hanno scritte su un foglio e con Giulia abbiamo sistemato i testi abbinando una cella, una foto, una caffettiera e una storia di un detenuto.

Certamente comunque sarà l’inizio del più ampio progetto che ci porterà nelle celle di due carceri italiani. Fossano e Saluzzo. Il progetto continua…

 

Questa è la presentazione della piccola mostra portata a Omegna dove ha la sede la Bialetti:

Pure ‘n carcere ’o sanno fà

“L’associazione Sapori Reclusi da anni propone e realizza progetti che raccontano il carcere attraverso l’arte della fotografia e la cultura del cibo. Due ingredienti che riescono ad avvicinare mondi molto distanti e a mostrarli con occhi nuovi. Queste caratteristiche nel tempo hanno fatto sì che anche il mondo dell’imprenditoria veda come punto di riferimento la nostra associazione per un modo diverso di raccontarsi e fare comunicazione.   La mostra qui presente del fotografo Davide Dutto, nasce dalla collaborazione con la rete del Caffè Sospeso e Sapori Reclusi per raccontare con immagini e testi la vita in cella, ma soprattutto le storie di alcuni detenuti. “Pure ‘n carcere ‘o sanno fà” è un progetto che si raccoglie attorno al rito della preparazione di una tazzina di caffè, della sua condivisione. Da quando si prepara la moka a quando l’aria è pregna dell’odore di caffè, in carcere come fuori, si instaura spesso un rapporto particolare tra i presenti. E’ un momento di pausa, di sospensione, di tregua.   Tutti abbiamo un ricordo particolare che possiamo legare a un caffè preso con gli amici, gustato in un momento di solitudine o poco prima che succedesse qualcosa che ci ha cambiato la vita. Con i detenuti del carcere di Fossano, in provincia di Cuneo, ci siamo seduti in cella, abbiamo preparato una moka sul fornellino a gas e ci siamo raccontati quelle storie.   Il lavoro qui presente è un piccolo assaggio di altri incontri, altre storie, altri caffè.”

 

E mentre tutti si davano da fare per scrivere storie pure io dopo aver scattato ho scritto la mia:

 

“Erano gli anni 60, e io ne avevo quasi 15,  ancora non avevo capito quanto era importante l’affetto dei miei famigliari per me . Ne avrei poi sentito forte la mancanza più avanti nel tempo, in quel percorso di vita che mi ha portato fin qui, dritto al secondo piano della sezione B, cella numero due. I miei genitori, il loro calore , la loro presenza, il loro odore ogni santo giorno, erano per me una cosa scontata, normale, senza inizio e senza fine.

Mia madre era minuta, coi capelli neri e i tratti mediterranei, lo sguardo timido e schivo sempre rivolto verso i suoi piedi, come se volesse vedere passo dopo passo dove sarebbe andata a finire. Facendo così però, si perse tutto il resto del mondo attorno a lei, l’orizzonte e il cielo.

Ancora oggi non riesco a capire, come abbia fatto a far colpo su papà. Si perché colpo l’ha fatto di certo e anche molto forte. Lui era alto due metri e quattro dita, biondo nordico, occhi di ghiaccio e lo sguardo da marinaio. Non si sarebbero mai incontrati, se quel giorno le loro due vetture all’incrocio tra viale Lombardia e via Carosetto, poco dietro piazzale Loreto non si fossero scontrate. La colpa ovviamente fu della mamma, che come al solito quando guidava teneva lo sguardo appena sopra il volante, giusto quel poco che le permetteva di vedere le curve arrivare.  Fu così che non vide arrivare sulla destra la fiat 500 Giardiniera di papà, il quale non poté più fare a meno di entrare nella sua vita passando direttamente dalla portiera accartocciata per tirarla fuori e prenderla dolcemente tra le sue robuste braccia per la prima volta. E quindi negli anni a venire la loro, e la mia vita si svolgesse per gran parte nel grande salone al piano terra di corso Buenos Aires 15 a Milano, “Sartoria e tessuti Brambilla”, dove i miei genitori gestivano il lavoro per conto del padrone. Lì ci lavoravano altri 10 dipendenti specializzati, e tutti avevano un gran da fare, allora si faceva tutto a mano, niente macchinari sofisticati e niente computer. Il pavimento del grande salone dove erano sistemate le attrezzature per il taglio e la cucitura era di legno logoro, segnato da migliaia di passi frettolosi, e consegne e scadenze e lavoro dal il  tipico ritmo della Milano che lavora, che corre. L’alto soffitto valorizzava grandi e irraggiungibili ragnatele, che solo una volta all’anno venivano distrutte, quando si facevano le grandi pulizie prima dei tre giorni di vacanze estive: 14, 15 e 16 agosto. Ad Agosto, Milano era praticamente deserta, e noi passavamo lunghissime e allo stesso tempo effimere giornate di “ferie” all’idroscalo. In quel salone praticamente ho passato la mia infanzia.

Ricordo ancora quel insopportabile odore di fumo e scadente acqua di colonia che proveniva dall’angolo vicino alla finestra dove cuciva e fumava e fumava e cuciva Lucia, l’anziana donna che da sempre ricordo in quella posizione avvinghiata alla macchina da cucire, occhialini a mezzo naso e con i piedi sui pedali su e giù: titic tatac, titic tatac, titic tatac… Rumore e fumo smettevano solo durante l’insostituibile pausa caffè.

Mia madre tutti i santi giorni, con la precisione di un orologio svizzero, alle 16 meno 10 in punto, si alzava dalla sua postazione e andava dritta verso il piccolo lavandino, dove smontata e riposta sopra lo scolapiatti c’era la grande caffettiera da dodici, e le dodici tazzine tutte diverse. Non una che non portasse nelle proprie scalfitture i segni del logorio del lavoro e della fatica. Nel mobiletto a fianco al lavandino invece erano riposti i cucchiaini, lo zucchero e la scatoletta di metallo che conteneva il prezioso caffè. La caffettiera nelle mani della mamma, mi sembrava uno strumento musicale, e in effetti quel gorgoglio finale era per me come un suono fatto di note che preannunciavano un momento di riposo. La pausa caffé.”

 

Arcorace Chinamere Henry Grheury Samuele Lombardi Tarik El Nah

  • Giuseppe

    Posted: 5 settembre 2013


    Sei veramente un vulcano in continua attività.. Complimenti Davide!! Bella idea e belle foto come al solito! Rispondi



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